Anni fa, mentre lavoravo ascoltando un Clair de lune, un pettirosso si è posato sul mio davanzale, ha fischiato un discorso lungo e complicato ed è volato via.
Debussy -non potevo non chiamarlo così- è tornato anche il giorno dopo e quello dopo ancora.
Debussy -non potevo non chiamarlo così- è tornato anche il giorno dopo e quello dopo ancora.
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Io gli sbriciolavo qualche biscotto sul davanzale, lui mi intonava la strofa di una nuova canzone e poi andava a posarsi sui rami della magnolia, poco più in là.
Perché ognuno si costruisce da solo lo spazio nel quale esistere.
Il mio nido è fatto di mattoni, calce e mura; quello di Debussy di foglie, muschio e rametti di legno raccattati qua e là.
Debussy ogni mattina mi raccontava i suoi.
Cinguettava, fischiava e cantava ed era come se mi parlasse.
E talvolta il suo era l’unico ragionamento sensato della giornata.
cc @carstenniebuhr.bsky.social
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